Di Nanay e altre storie possibili. Cos’è successo a Nanay?

26 novembre 2018
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Di Nanay e altre storie possibili.

di Nadia Babani

 

(userò le declinazioni di genere tutte al femminile per allenarci a pensare differente dal solito utilizzo del maschile generico..)

Cos’è successo a Nanay?

Spesso ci fanno questa domanda le persone che hanno seguito le vicende della nostra piccola associazione nata al Pigneto nel 2013 e molto attiva fino a un po’ di tempo fa.

Ma per rispondere è necessario a mio parere fare una piccola premessa.

Nanay è un’ associazione nata ad opera di alcune donne molto diverse tra loro, con diverse competenze che volevano mettere a servizio della comunità,pensando fossero utili e che con queste e l’attività organizzativa si potesse creare un reddito in modo etico e piacevole.

A partire dal profondo sentire legato alla natura e ai suoi cicli, fino alla critica radicale al sistema economico-capitalista-distruttivo esistente, abbiamo lavorato con passione e spesso a livello del tutto volontaristico, sulla connessione con il corpo, sulla consapevolezza sul cibo e l’alimentazione, con la diffusione di informazioni e pratiche sulla scienza, la salute e l’evoluzione personale; abbiamo cercato di incoraggiare ed invitare tantissime persone, soprattutto donne, a momenti di riflessione autonoma e informata su temi anche controversi e rivoluzionari, senza paura.

Ma queste tre donne, che siano noi, in quel momento si sono unite perché si sono trovate a condividere un aspetto molto importante della loro vita: la Maternità.

Trovo utile sottolineare questo aspetto perché e diventato poi il motore portante dell’associazione, una tematica che ci ha condizionate profondamente e che ci ha permesso di sviluppare una serie di riflessioni che continuano ad essere per ognuna di noi un aspetto centrale delle nostre vite.

Inizialmente non avevamo chiaro che il fatto di essere madri potesse essere un rito di passaggio tanto determinante.

La maternità ci lasciava sole con le nostre bambine, senza possibilità di lavoro, con carriere interrotte, corpi stravolti e nessuna speranza per il futuro.

Un quadro pessimo a cui ci adattavamo tentando di sopravvivere in un sistema che ci voleva sottomesse a questa realtà, pensando che l’unico modo di vivere la maternità per donne economicamente precarie e senza sostegni familiari fosse quello di mantenersi a galla.

Sottomesse quindi a una scelta che ci sembrava opprimente nonostante fosse stata per ognuna di noi  decisamente sostenuta.

Cos’ era accaduto? Perché tutte quelle storie sul fatto di essere “madri felici” per noi funzionavano solo in parte?

Eravamo reduci da situazioni lavorative che definirei umilianti che ci hanno immediatamente fatto pensare che maternità e lavoro non potevano essere conciliate, che se a 30 anni decidi di avere un figlio è “un problema tuo” e di tutti quei luoghi comuni tanto frequenti nell’Italia post Berlusconi.

Sia chiaro!: noi tre eravamo convinte del fatto che volevamo passare il tempo con le nostre figlie e non rincorrere orari estenuanti che ci avrebbero sottratto la possibilità di allattare o prenderci cura delle piccole, per cui molto spesso ci siamo sentite inadatte e colpevoli della nostra condizione a causa di questa scelta.

Per tutto questo e per altri milioni di motivi, fra cui quello di dover pagare l’affitto alla fine del mese, abbiamo pensato di unirci in un’associazione per condividere questo stato di cose.

Avevamo formazioni differenti, visioni sociopolitiche simili ma non uguali e storie di vita conflittuali, eppure abbiamo trovato il modo di comunicare e collaborare.

Nanay da subito ha cercato di dare risposte a questo nostro strano modo di sentirci madri in una società a cui non riuscivamo ad adattarci che sembrava non avere spazi per noi.

Abbiamo iniziato così a creare un nuovo linguaggio che poco si adattava con quello da sempre pensato dalle femministe, a cui idealmente (soprattutto io) ci ispiravamo.

Abbiamo cercato collaborazioni con altre donne ma il sistema etero patriarcale in cui eravamo inserite non sempre ci permetteva di uscire fuori da binari prestabiliti che vuole anche le madri competitive e poco inclini alla condivisione. Noi invece, tutte e tre, ognuna per motivi diversi, avevamo dentro di noi la consapevolezza e l’esigenza di inserire il Dono in tutte le relazioni interpersonali.

Tuttavia abbiamo creato nel nostro piccolissimo e intimo spazio un’ oasi di accoglienza, pace e ascolto di tante storie che riguardavano il femminile in generale, ma in particolare abbiamo vissuto attraverso la nostra pelle, tante storie di maternità possibili.

Siì, perché ci sono tante storie possibili per raccontare la maternità quante sono le donne e invece nel nostro paese il continuo lavoro culturale è quello di sfruttare questo ruolo, svilirlo appiattendolo su stereotipi di genere umilianti e ridurre le donne a mero corpo riproduttivo senza dare loro valore (non solo etico, ma anche economico).

Tutta questa riflessione trova sfogo nel 2016 nella campagna mediatica “Basta tacere” a cui partecipiamo convinte che il luogo primo dove iniziano gli attacchi e gli abusi alla maternità sono i luoghi dove le donne decidono di partorire.

A livello simbolico è molto significativo il fatto che già quando stai per “diventare” madre la violenza entra e agisce sul tuo corpo sottraendoti la capacità di essere artefice delle tue scelte!

E poi nel 2016 il cambio. La campagna ci aveva rinnovato la necessità di trovare un modo sempre più attivo per difendere i corpi e i diritti delle donne (che scelgano o meno di essere madri sia chiaro!), ma intanto noi eravamo ingoiate da una città in cui era difficile sostenersi economicamente ed essere autonome portando avanti le nostre idee di lavoro e attivismo.

Sempre, probabilmente incapaci di mediare con una società capitalista che può dare un prezzo a qualsiasi cosa, abbiamo preferito modificare il nostro progetto iniziale che prevedeva una sede dove svolgere attività e abbiamo modificato il nostro paradigma cambiando radicalmente le nostre vite.

Ognuna di noi ha fatto delle scelte che se non in maniera definitiva ci avrebbe permesso di dedicarci al sostegno delle donne e delle madri in un altro modo.

Così fra viaggi verso isole felici, lavori retribuiti e nuove bambine, stiamo rigenerando una Nanay più matura e consapevole soprattutto riguardo al ruolo della madre nella nostra società.

Cercando la pace con le nostre antenate e apportando nuove influenze provenienti da luoghi “altri” dove decidere di essere madre non pesa come una condanna da vivere in solitudine, dove i compagni, quando ci sono, sono parti attive nel loro ruolo di padri, e dove quando decidi di essere madre in modo consapevole, hai una rete di sostegno reale ad accompagnarti.

Un luogo in sostanza che non esiste, ma che ci piace immaginare e che continueremo a riproporre attraverso il nostro personale modo di intendere l’esistenza e che vorremmo condividere con quante e quanti possono provare ad immaginarlo con noi.

Al momento ci trovate a collaborare con le nostre amiche e amici di Campiapiano, Zazie nel Metrò, e ad essere parte attiva e convinta di OvoItalia e delle straordinarie Madri Attiviste disseminate in giro per l’Italia, la Sardegna, la Spagna e oltre..

A presto con nuove notizie da Nanay.

Nadia, Annalisa e Luana

 

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